Performance e ansia da prestazione

Performance e ansia da prestazione

L’ansia da prestazione non è una scossa passeggera, un brivido che ti assale un attimo prima di salire on stage. Magari lo fosse. La verità è che ti si siede a fianco la mattina stessa e ti accompagna per tutto il giorno, occupando ogni singolo secondo del tempo che ti separa dallo spettacolo. È una sensazione pungente, scomoda, come un veleno che si infiltra lentamente nella linfa vitale: le ore passano e ogni respiro diventa un po' più faticoso del precedente, mentre cerchi di gestire una mente che si sente inseguita da un leone.

Per molto tempo mi sono chiesta perché io la senta così forte. Forse la risposta sta nelle mie radici. Per imparare a far muovere il Dragon Poi non ho frequentato una scuola, non ho ricevuto certificazioni formali, né ho mai avuto una convalida esterna che mi dicesse: "Ok, ora sei un'artista". Eppure, se ci penso, la maggior parte delle cose che so fare nella vita le ho imparate così: facendo, sbagliando, praticando da sola nell'ombra, e non a scuola.

Ma la mente gioca brutti scherzi, e quando non hai un pezzo di carta a fare da scudo, la sindrome dell’impostore trova sempre il modo di insinuarsi durante quelle infinite ore di attesa. Ti sussurra che non sei abbastanza, che stai bluffando. E il confronto con gli altri rischia di massacrarti.

Di recente mi è successo a Casa Teatro Cespuglio, uno spazio in cui sono stata invitata a esibirmi. Ho portato una coreografia studiata originariamente per un'audizione al chiuso, ma lì eravamo all'aperto. Basta un minimo soffio di brezza per cambiare completamente le regole del gioco. Per sicurezza ho scelto di usare il drago piccolo, pensando che mi avrebbe facilitato le cose, col risultato di sentirmi poi meno scenografica. Durante la performance ho perso l'equilibrio, non ho tenuto la schiena dritta come avrei dovuto, il drago mi è finito addosso.

Riguardando il video di quell'esibizione, provo un fastidio profondo, un disgusto e una vergogna quasi difficili da ammettere a me stessa. Perché non era andata in modo "perfetto" come volevo.

A terra, in quel backstage, circondata da artisti spettacolari, mi sono sentita schiacciata. Il paragone con gli altri artisti è stato inevitabile: la sensazione di non essere abbastanza brava perché io sapevo fare "solo" il drago. Quando lavori davanti a un pubblico, ogni minima crepa viene amplificata da un megafono.

Poi, però, si va on stage. O meglio, ci si è già andati, e bisogna fare i conti con quello che è successo davvero, non con quello che ha proiettato la nostra mente.

Perché la verità è che, nonostante i micro-errori invisibili a chi guarda, essere sul palco resta una delle sensazioni più belle del mondo. Senti gli occhi del pubblico addosso, avverti che le persone hanno il tuo stesso fiato sospeso e hai la sensazione di star facendo qualcosa di grande. Restare in equilibrio in quel millesimo di secondo è come camminare sul filo di un rasoio.

Ci si ritrova in una dimensione parallela: un presente infinito in cui esisti solo tu e il movimento. È un’intensità totale, bellissima ma logorante, che per fortuna – a un certo punto – finisce, lasciandoti di nuovo respirare.

Proprio su questo cortocircuito tra il mio senso di colpa e la realtà mi è venuta in aiuto La Poetessa di Fuoco, l'artista che mi aveva invitata in quello spazio, il suo. Lei non è una passante che esprime un parere: è una performer e scrittrice con dieci anni di arte di strada alle spalle, una che conosce la piazza e che oggi insegna questo mestiere.

Mi ha spiegato che all’inizio è del tutto normale essere spietati con se stessi. Il segreto, però, sta nello spostare radicalmente il focus.

Invece di focalizzarci sull'errore millimetrico o sulla postura che non ha soddisfatto i nostri standard, dobbiamo imparare a notare quando il pubblico applaude. È quello il momento esatto in cui lo scambio tra artista e spettatore si compie. È su quell'approvazione reale, viva e presente che dobbiamo mettere tutta la nostra attenzione.

La convalida non arriva da un diploma o dall'assenza totale di imprevisti (che nel mondo reale esistono), ma dall'energia che riesci a far vibrare nella pancia di chi ti sta guardando. Ho pubblicato un video su questi sentimenti perchè anche questo fa parte della vita di un’artista. L'ansia del pre-show probabilmente non sparirà mai, ma ricordare a se stessi di guardare e accogliere quegli applausi è l'unico vero antidoto per disinnescare il veleno del dubbio.

 

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